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Una famiglia in rete

DI: Tania Barcellona

Se si pensa che a cadere nella rete siano solo i pesci, ci si sbaglia. Vi rimpiangono impigliati anche uomini, donne e bambini e talvolta un’intera famiglia. Una rete ben più insidiosa, che può trasformarsi in trappola letale: il web. È notizia di pochi giorni fa che un intero nucleo familiare in un paesino del Salento è rimasto in casa per oltre due anni schiavo dei computer e di internet. Madre e padre poco più che quarantenni, un ragazzino quindicenne e una bambina di nove anni vivevano in condizioni igieniche precarie, nutrendosi solo di biscotti e merendine che la piccola, l’unica ad uscire per frequentare la scuola, comprava lungo il tragitto. Gli insegnanti preoccupati dello stato di incuria in cui versava la bambina hanno allertato i servizi sociali che si sono trovati di fronte a una scena surreale: in casa regnava il caos, immondizia ovunque, computer accessi e un ragazzino magro oltre misura, che faticava a camminare per via delle articolazioni anchilosate e i muscoli intorpiditi. E poi quei piedi lacerati da piaghe perché chiuse in scarpe troppo piccole. Il ragazzo era cresciuto ma nessuno sembrava accorgersene. Una piccola pensione percepita dal padre e l’iniziativa di una bambina troppo piccola ma abbastanza intraprendente da scalare gli scaffali delle merendine o delle caramelle ha permesso loro di mettersi sotto i denti qualcosa per sopravvivere. Un’intera famiglia estraniata. Un’intera famiglia affetta da Sindrome di Hikikomori, un termine nipponico per indicare il disturbo di chi ha paura del mondo esterno o timore di intrecciare relazioni sociali e la conseguente scelta di isolarsi. I primi studi clinici risalgono agli anni ’90 su degli adolescenti giapponesi che avevano scelto di ritirarsi nelle loro case e di usare la rete come unico canale di contatto con la società. Il fenomeno in un primo momento sembrava riguardare solo i teenagers di sesso maschile, ora è in rapida diffusione sia tra le femmine che tra gli adulti: sono molti a preferire il virtuale al reale, dietro lo schermo si diventa più forti, più arditi, più belli. Si postano foto ritoccate, post divertenti, immagini di ogni tipo e si aspettano i“like”: uno, due, cento e anche più perché avere amici virtuali non è un problema, anzi ci si iscrive in gruppi nutriti che hanno in comune l’hobby della cucina, della lettura o anche niente, l’importante è esserci, immaginare questo esercito davanti allo schermo. Con qualcuno si scopre persino un’affinità perché dice di preferire il cioccolato fondente a quello al latte o Ebbasta a Jovanotti.Lo si sente amico e si fanno pure confidenze.
Oppure ci si sfida in battaglie virtuali, si imbracciano armi e si spara all’avversario, si uccide e ci si sente felice di aver eliminato l’altro, il nemico.
E poi avviene che la mente scambi il virtuale per reale e il soggetto ha bisogno di stare connesso, di avere lo smartphone con sé anche dentro la doccia. Nei casi più patologici non si sente più la necessità di fermarsi neanche per lavarsi, si bivacca sul divano, si mangia cibo precotto o confezionato e si cresce senza accorgersi che il mio corpo è mutato, i piedi sono cresciuti e la madre è accanto anche lei in attesa della notifica o a pigiare tasti in un duello immaginarlo. È lo sfascio della famiglia, un problema per la società e un costo non indifferente. I quattro membri sono stati ricoverati presso una struttura riabilitativa e il ragazzo dovrà sottoporsi a sedute di fisioterapia. Il caso di Hikikomori non è unico in Italia, un altro fatto clamoroso si è registrato in provincia di Grosseto nel 2015 dove una famiglia ha vissuto oltre trent’anni reclusa in casa per paura del Male che era fuori. La spesa veniva fatta ordinando per telefono, avevano tappezzato l’appartamento con carta e nastro adesivo, solo la rottura di un tubo ha portato alla scoperta di questa tragica realtà. Se la patologia costringe questi soggetti a una forma di neo-emeritaggio, l’indifferenza li condanna all’invisibilità.