ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISMO SCOLASTICO

TARGA D'ARGENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

DIODORINO NEWS

Concorso Signorelli: Mi “ mostro “ di Francesca Catania

DI: Tania Barcellona

Appena un passo e mi fermai. “Muoviti”, mi disse, “ muoviti”. Ancora un passo, poi un altro e poi stop. “Continua”, insistette, “Mi hai sentito. Continua!”. Si, avevo sentito ma continuavo a non capire. Perché? Per andare dove?
Come mai tutta questa insistenza? “No” , risposi.
Senza aggiungere altro. No, adesso era il tempo per fermarsi, per riflettere, per scegliere.
Non potevo più andare avanti senza una meta! Non era questo che volevo, non più.
Bisognava rimettere i pensieri in ordine, sbarazzare, far quadrare i conti. Sentivo che non ero più la stessa persona di ieri, di prima, di qualche anno fa.
Il tempo mi correva avanti e io dovevo raggiungerlo, dovevo crescere con lui e camminare.
Questo era il modo giusto per cominciare. Crescere. Mettersi in viaggio, ogni ora, ogni giorno.
Fra i dubbi, le paure, le incertezze e tutti i desideri che spuntavano da tutte le parti. Crescere e camminare passo dopo passo. Ma per andare dove? Non sapevo cosa pensare. Era la prima volta che mi toccava scegliere, che mi toccava prendere una decisione: capire da che parte stare, in che direzione andare.
Era arrivato il momento, finalmente qualcosa nella mia vita dipendeva da me.
“Muoviti! Muoviti!” , insisteva quella voce dietro di me, nascosta, alle mie spalle, senza farsi vedere, invisibile. “Muoviti!” , No! Cercavo di non sentirla. Dovevo riflettere. Avevo paura, sentivo di poter sbagliare. “È normale alla tua età” mi bisbigliavano all’orecchio, “è normale”. Non volevo avere fretta. Questa volta nessuno avrebbe potuto spingermi ad agire senza che fossi io a volerlo. Adesso toccava a me fare la differenza ed era un’occasione che non volevo sprecare.

Mi chiamavano “mostro”, ma ho scelto di lottare.
Sì, era arrivata l’ora. L’ora di prendere una decisione. Quella di lottare o non farlo più. Mi chiamo Sol, sono una ragazza di quindici anni e da quando ne avevo sei mi hanno diagnosticata una malattia difficile da curare: la vitiligine. Questa sindrome si manifesta sulla pelle, si formano delle chiazze bianche specialmente nei punti più esposti alla luce del sole. La mia vita era diventata orribile. Ero sottoposta a frequenti controlli. Ancora non si è scoperto un rimedio per questa assurda malattia. Vivo con mio padre, mia madre se n’è andata per un terribile tumore. Per me è stato devastante. Io passavo il mio tempo sempre con lei, avevamo una cosa in comune che ci legava tanto: la danza. Lei era una ballerina di danza classica eccezionale, era anche una mamma magnifica. Passare il tempo con lei era una cosa fantastica, ti faceva divertire sempre, per me era un’amica.
All’inizio la mia vitiligine era in una forma molto lieve, mi sentivo una bambina come tutti gli altri. Coprivo bene quelle chiazze e nessuno se ne accorgeva. Andavo a scuola ed ero brava, la danza era la mia più grande passione e passavo molto tempo con mio papà. Nell’arco di pochi anni la malattia è avanzata e le chiazze erano sempre più visibile. Avevo capito che ero diversa, appena mi guardavo allo specchio mi sentivo un essere ripugnante; non riuscivo più ad accettarmi. Iniziai a rifiutare di uscire con le amiche, riuscivo a malapena ad andare a scuola, non mangiavo bene e non avevo la forza di fare niente. Decisi di non andare più a danza, la mia decisione sorprese tutti. A scuola era un inferno: i miei compagni mi prendevano sempre in giro, mi chiamavano “mostro”, come dar loro torto? Il mio viso era completamente deturpato dalla vitiligine. Mi ritrovai ben presto sola, i miei compagni di sempre avevano paura che li contagiassi, ormai quasi nessuno mi faceva più neanche una telefonata. L’unica a starmi vicino fu la piccola Miri. In realtà si chiama Miriana, ma la chiamo così per il semplice fatto che è più piccola di me. La conoscevo da sempre e frequentava la mia casa ogni giorno, per me è mio padre era diventata un membro della nostra famiglia, la sorellina che non avevo mai avuto. Sebbene con lei ci stavo bene e riusciva a farmi ridere quando faceva le facce buffe o le piroette e finiva sempre a terra, non riuscivo a dimenticare il mio problema. Mio padre tolse tutti gli specchi e per farsi la barba ne comprò uno talmente piccolo che non era infrequente che si tagliasse.
I dottori mi avevo anche consigliato di non espormi alla luce diretta del sole, perché c’era il rischio che la malattia si aggravasse di più. Io la consideravo una buona scusa per non uscire. Mi mancava troppo la mia mamma, mi mancavano gli amici, mi mancava soprattutto la voglia: la nostalgia della mamma divenne sempre più forte, fino a stare male. Fortunatamente accanto a me c’era mio padre, un uomo fantastico, molto sensibile che mi sosteneva tanto. Lui sapeva suonare il pianoforte; era bravissimo, ma non avevo suonato più una nota da quando la mamma se n’era andata perché gli ricordava i momenti più belli trascorsi con lei. L’amava così tanto e soffriva molto nonostante camuffasse il suo stato d’animo con falsi sorrisi.
Una sera d’estate, Miriana mi invitò ad uscire, ma io come sempre inventavo una scusa. Quella sera c’era una festa a bordo piscina in un locale a due passi da casa mia, organizzata da una mia compagna di classe. Miriana mi costrinse ad andarci, era estate, ma io per coprire le mie solite macchie indossai una maglia a maniche lunghe e i jeans, nonostante il caldo era quella sera insopportabile. Il mio coprifuoco era alle undici e lo dovevo rispettare. Uscimmo di casa alle otto, già non mi sentivo a mio agio, quando arrivammo fu ancora peggio: tutti sfoggiavano leggeri abitini luccicanti, io ero completamente fuori luogo. Mi misi in una zona d’ombra a guardare gli altri ballare e scherzare, alcuni ballavano abbracciandosi. Da lontano notai Daniel, il ragazzo che mi era sempre piaciuto sin dalle elementari, quando lo vidi avvicinarsi verso di me diventai rossissima e temendo di non piacergli prima che fosse troppo vicino scappai. Feci una figuraccia colossale. Mandai subito un messaggio a Miri per avvisarla e tornai, correndo, a casa. Quella sera fu delle peggiori della mia vita. Mio padre era ancora a lavoro, accesi la tv e mi addormentai guardando” La casa di carta”. Quando mi svegliai, papà era già andato a lavoro, mi lasciò un cornetto sul tavolo e un biglietto con un grande cuore. Ancora stordita sentii suonare il campanello, pensai che fosse Miri e andai ad aprire. Avevo una cera orribile e una maglietta lunga e sformata che mi lasciava scoperta le gambe. Era Daniel. Mi prese un colpo, penso di essere diventata viola, il cuore mi batteva all’impazzata e, confusa, gli chiusi la porta in faccia. Lui bussò delicatamente e io gli aprii. Mi porse la pochette che avevo dimenticato in bagno e sulla quale c’era il mio nome. Lo ringraziai e richiusi di nuovo la porta in faccia. Attaccata alla bustina c’era un biglietto con il suo numero di telefono. Che fare? Lo chiamo? Strappo il biglietto? No, no non potevo. Scelsi di mandargli un messaggio. Lui rispose immediatamente e cominciammo a chattare per ore. Nel pomeriggio, venne a trovarmi Miriana alla quale raccontai tutto. Lei sorrideva e io capii che c’era sotto il suo zampino. Dopo qualche settimana, Daniel mi invitò ad uscire però io rifiutai e continuai a rifiutare per molto tempo. Alla fine Daniel si stancò e per un po’ di giorni non mi cercò più. Indecisa tra il perderlo per sempre e svelargli le mie paure, decisi di scrivergli un lungo messaggio nel quale raccontai di me, di mia madre, della mia malattia e del mostro che stavo combattendo. Lui, pur avendo visualizzato, non rispose. Ero a pezzi. Mi abbandonai sul letto piangendo e disperandomi per tutto ciò che avevo perso. Ancora con gli occhi gonfi andai in giardino e da lontano lo vidi. Aveva una rosa, veniva verso di me. Corsi ad abbracciarlo incurante dai vicini, di mio padre e lo baciai. Capii che non ero un mostro, che qualcuno poteva vedere quello che ero io nonostante il mio viso fosse maculato. Daniel mi ama con le mie imperfezioni, mi vuole bene per quello che io sono dentro e non ha timore di farsi vedere in giro con me e io mi sento finalmente bella. Ho scelto di mostrarmi.