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DIODORINO NEWS

Concorso Signorelli: “Tommaso muoviti “di Gaia Venticinque

DI: Tania Barcellona

Appena un passo e mi fermai. “Muoviti”, mi disse, “ muoviti”. Ancora un passo, poi un altro e poi stop. “Continua”, insistette, “Mi hai sentito. Continua!”. Si, avevo sentito ma continuavo a non capire. Perché? Per andare dove?

Come mai tutta questa insistenza? “No” , risposi.

Senza aggiungere altro. No, adesso era il tempo per fermarsi, per riflettere, per scegliere.

Non potevo più andare avanti senza una meta! Non era questo che volevo, non più.

Bisognava rimettere i pensieri in ordine, sbarazzare, far quadrare i conti. Sentivo che non ero più la stessa persona di ieri, di prima, di qualche anno fa.

Il tempo mi correva avanti e io dovevo raggiungerlo, dovevo crescere con lui e camminare.

Questo era il modo giusto per cominciare. Crescere. Mettersi in viaggio, ogni ora, ogni giorno.

Fra i dubbi, le paure, le incertezze e tutti i desideri che spuntavano da tutte le parti. Crescere e camminare passo dopo passo. Ma per andare dove? Non sapevo cosa pensare. Era la prima volta che mi toccava scegliere, che mi toccava prendere una decisione: capire da che parte stare, in che direzione andare.

Era arrivato il momento, finalmente qualcosa nella mia vita dipendeva da me.

“Muoviti! Muoviti!” , insisteva quella voce dietro di me, nascosta, alle mie spalle, senza farsi vedere, invisibile. “Muoviti!” , No! Cercavo di non sentirla. Dovevo riflettere. Avevo paura, sentivo di poter sbagliare. “È normale alla tua età” mi bisbigliavano all’orecchio, “è normale”. Non volevo avere fretta. Questa volta nessuno avrebbe potuto spingermi ad agire senza che fossi io a volerlo. Adesso toccava a me fare la differenza ed era un’occasione che non volevo sprecare.

Non dovevo sprecare. Ne vale della ma vita.Dovevo partire.

Valige e biglietti erano già pronti, lì sul comodino a ricordarmi che l’indomani si sarebbe dovuto affrontare il viaggio della speranza: dovevo mettermi in piedi, alzarmi da quella sedia a rotelle che è stata mia compagna di vita fin da quando avevo otto anni. Tommaso, dicevo a me stesso, allungando il collo mentre mi guardavo allo specchio, vedrai che finalmente potrai vedere il bel fusto che sei. E poi potrai finalmente fare la pipì come tutti i maschi.  Guardai la mia stanza per l’ultima volta, soffermandomi su  ogni parete e sfiorai con lo sguardo le mie cose, salutandole per paura che fosse l’ultima volta. Entrarono mamma e papà e sollevandomi insieme mi adagiarono come mille altre volte sul letto. La mamma aveva pianto, lo si leggeva dagli occhi, poi mi lasciarono facendomi una carezza più lunga del solito. Sprofondai subito in un sonno agitato. Sognai il giorno in cui mia madre, preoccupata perché continuavo a cadere, perché non sapevo saltare, perché avevo sempre due bernoccoli in testa, mi portò da un dottore che tastò il mio corpo come fosse un’anguria. Giorni dopo ero in ospedale, un’infermiera, insieme a un medico mi fecero chiudere gli occhi e insieme contammo: uno, due, tre, quattro…non arrivai a sette che qualcosa mi trafisse il braccio.  Avrei voluto piangere e dire almeno tre parolacce ma la mamma mi salvò, abbracciandomi. Pochi giorni dopo squillò il telefono di casa: era il medico che ci avvisava che i risultati del mio test erano pronti e che era meglio parlarne di presenza. Io e miei genitori andammo insieme dalla nostra pediatra  che con le lacrime quasi agli occhi ci suggerì un ricovero, per accertamenti, in un ospedale di Catania. Non ero d’accordo nel farlo. Perché dovevo lasciare mio padre e mia sorella a casa? Non potevano anche loro venire con me? Come mai tutti questi segreti? Mi portai le mani in viso e cominciai a piagnucolare. A casa, quando rientrai, trovai la nonna e  mia sorella ancora più pallida di com’è di solito, mi sedetti, accanto a lei, triste e imbronciato. Ricordo ancora la telefonata della zia che volle salutarmi ma la sua voce tremava. Capii che stava succedendo  qualcosa, eppure non ricordavo di non aver rotto nulla mentre ruzzolavo giù dalle scale. Il triste giorno arrivò. Presi la mia valigia color blu notte che mi aveva  regalato la nonna e che faceva ancora odore di nuovo. Era una mattina gelida, il mio corpo e le mie ossa fragili tremavano. Il viaggio fu terribile perché vomitai tutto il tempo. Appena superata la soglia del portone di legno  dell’ospedale, poggiammo il mio bagaglio sul pavimento e mi portarono in uno stanzone bianco con un macchinario che sembrava un’astronave. Solo pomeriggio mi cedettero una camera. Feci subito amicizia con Beatrice, una ragazzina con qualche anno in più di me ma anche lei affetta dalla mia stessa patologia. Era alta poco più di un metro, aveva grandi occhi celesti che splendevano ogni qual volta vedeva arrivare suo padre. Lunghi capelli ricci le ricadevano sulle spalle. Il mattino seguente fui costretto a un altro lungo giro tra gli ambulatori. Tornato in camera, stanco e affamato, per il lungo digiuno adocchiai subito un vassoio sul mio tavolo, sopra  un biglietto con scritto n.14, lo stesso che avevo sul braccialetto. Certamente non era saporito come quello della nonna. Non c’erano le lasagne la cotoletta con le patatine un po’ bruciacchiate come piacciono a me. Ricevetti le telefonate del papà e di mia sorella.  Ero impaziente di rivederla. Mi mancava il suo profumo, la sua voce e soprattutto  le litigate. Trascorsi molto del mio tempo anche con i nuovi arrivati, Gabriele per esempio, che era in carrozzina. Durante la mia permanenza capii che altri bambini erano nella stessa mia situazione, smisi di fare i capricci e inventai nuovi giochi. Nei giorni successivi mi spiegarono meglio la mia malattia, mi dissero che io cadevo perché i miei muscoli non erano forti, non riuscivano a tenermi saldo in piedi. Ecco perché ruzzolavo a terra. Mi dissero pure che forse avrei sentito sempre più dolore alle gambe e alla schiena. Chiesi se anch’io sarei finito in carrozzina come Gabriele, non risposero e mentre il medico usciva disse solo: forse. Quando fui dimesso, tornai a casa giubilante. Indossai le mie ciabatte a forma di orso e cominciai a schiamazzare e cantare a pieni polmoni mentre attendevo il mio esercito di parenti.

Quando sarebbero arrivati? Mancava ancora molto? Ero impaziente. Ricevetti numerosi doni, per lo più biscotti e nuovi giocattoli. La festa durò poco, perché la malattia avanzava, smisi di andare a scuola, smisi di calciare un pallone, non che fossi un calciatore  e  smisi pure di camminare. E finii sulla sedia a rotelle, le gambe sempre più rinsecchite e deformi, così come la mia schiena. Poi nel sogno mi rivedo in terza media, in classe c’è una nuova compagna, un tipino niente male ma non mi degna di uno sguardo anzi penso proprio che gli faccio pena. Ha ragione sono uno sgorbio. Sono furibondo, vorrei sputare al mondo e vomitare tutta la rabbia che ho dentro. Perché proprio a me? Cosa ho fatto di male per meritarmelo? Lo so che le malattie non si meritano, arrivano, perché ci sono dei geni impazziti, perché dei virus hanno deciso di vivere nel tuo corpo e tu anche a volerli sfrattare non c’è verso.  E mentre mi agito, urlo, accorre la mamma  e accende la luce del comodino, mi scuote per farmi svegliare: Tommaso, Tommaso è solo un brutto sogno. Ha ragione è un brutto sogno. Sono ancora nel mio letto e guardo quei biglietti, domani andrò a Genova perché hanno messo a punto una nuova terapia. Decidere è stato difficile

Non potevo recarmi in un ospedale della mia regione?  Dovevo per forza partecipare a questi metodi di cura? Diciamola la verità, io non volevo lasciare la mia famiglia. Questo però avrebbe portato all’aggravamento della mia distrofia. Restare o partire? Era questa la domanda che più mi ronzava in mente. Poi ho riflettuto, ho pianto, ho urlato, non volevo rimanere prigioniero in casa, paralizzato su una sedia a rotelle. Volevo il meglio per me. Ero determinato e avevo l’intenzione di sconfiggere il mostro che mi divorava da dentro. Dovevo riuscirci. Io ne ero in grado e nessuno mi avrebbe smosso dalla mia decisione. Proprio così! Ero arrivato ad una conclusione. Avremmo fatto i biglietti, preparato le valigie e avremmo volato fino a Genova, da dove tornerò più forte di prima. Costi quel che costi. Tornerò a camminare, ve lo prometto.