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Dalla storia ai modi di dire

DI: Dominique Suraniti

Quanti di noi studenti pensano che lo studio della storia sia un’inutile perdita di tempo. Credo molti. Eppure è nella storia che si trovano le radici di molte espressioni o modi di dire. Studiando i fatti storici relativi a Carlo Magno abbiamo scoperto l’etimologia, cioè l’origine del significato, di due frasi molto diffuse nella lingua italiana: “passare la notte in bianco” e “mettersi nelle mani di qualcuno”.
Con la prima espressione, “passare la notte in bianco”, si fa riferimento a un rituale dei cavalieri medioevali. Si diventava cavaliere, infatti, attraverso la solenne cerimonia dell’investitura, generalmente svolta in una chiesa o in un castello, durante la quale il sacerdote ricordava al cavaliere gli obblighi che stava per assumere e benediceva le armi che gli sarebbero poi state consegnate. La sera prima della cerimonia il cavaliere doveva vestirsi di bianco e digiunare per l’intera nottata; veniva condotto in una chiesa dove pregava, quello era un momento di riflessione che gli permetteva dire prepararsi alle responsabilità della sua nuova vita.
“Mettersi nelle mani di…” deriva dal giuramento di fedeltà del vassallo al suo signore. Questa cerimonia è risalente all’epoca carolingia, nota come “sottomissioni delle mani”: il vassallo metteva le mani in quelle del suo superiore, così attraverso il rapporto personale, erano legati al sovrano. Questo rito molto diffuso nel periodo feudale veniva svolto in modo da poter dividere il potere, un patto tra un maggiore e un minore, nato da un’usanza barbarica di spartirsi il bottino dopo un saccheggio. Ai tempi di Carlo Magno, le prede di guerra erano diventate le terre, la nuova divisione quindi portò alla divisioni dei territori e vennero assegnati ai vari governanti. L’atto con cui si instaurava il rapporto di vassallaggio veniva detto omaggio dal latino “homo” unito al verbo “agere” che vuol dire condurre, cioè un uomo che si faceva condurre da un altro uomo. Durante il giuramento il sottomesso poneva le mani giunte in quelle aperte e poi strette dal maggiore. Seguiva il giuramento di fede sui libri sacri o reliquie, lo scambio di un bacio sulla bocca. Il signore assestava, inoltre, un colpo forte di spada sulla spalla del vassallo per accertarsi delle sue capacità acquisite durante l’addestramento. A conclusione della cerimonia il signore consegnava al vassallo un oggetto simboleggiante il beneficio: uno scettro, una spada, un anello, un pezzetto di terra, uno stendardo (una croce o un pastorale qualora a essere investito fosse un vescovo).
La cerimonia dell’omaggio cambiò anche il modo della preghiera verso Dio: dalle braccia aperte e rivolte al cielo, si passò alla posizione a mani giunte.