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Gabriele D’Annunzio e l’impresa di Vienna

DI: Letizia Lombardo

di Letizia Lombardo III C

Era il 9 agosto 1918. Gabriele D’Annunzio era nella sua sfarzosa camera del Vittoriale. Rimirò la sua immagine riflessa allo specchio; si sistemò la divisa da pilota e lanciò uno sguardo d’ammirazione ai suoi pomposi distintivi d’oro e se li raddrizzò. Poi si voltò e disse a Natale Palli: “Non sono proprio un bell’uomo, eh?”. L’uomo annuì e il vate si diresse verso la cartina geografica; fece fluttuare il dito per aria, descrisse delle linee immaginarie e poi focalizzò la sua attenzione sull’Austria in corrispondenza di Vienna e tuonò: “Oggi è per l’Italia un giorno di gloria e finalmente gli austriaci tremeranno d’innanzi alla grandezza delle nostre origini, al nostro ardire e rimembreranno l’irredentismo italiano. Austriaci tremate!”. Batté con vigore un pugno sul tavolo. Il suo collaboratore gli disse con tono ossequioso: “Certamente. Segneremo indelebilmente la storia, guidati dal più grande condottiero di tutti i tempi”. E con le medesime affermazioni non fece altro che alimentare l’orgoglio del poeta che si scosse in un gesto subitaneo, senza curarsi di ringraziarlo e si limitò ad esclamare: “Basta ciarlare, è tempo d’agire”. Uscì a passo svelto dallo studio rimuginando continuamente sul piano d’azione, convinto del gesto che stava per compiere, faceva guizzare i suoi occhi verdi screziati, da una parte all’altra, non fissava mai lo sguardo su un punto fisso, contorceva le mani come per scaricare un qualche malessere che lo affliggeva, camminava ora a destra, ora a sinistra, ora saliva le scale, ora le scendeva; era un tipo sanguigno ed energico, molto irruento ma la qualità che più lo distingueva era la megalomania e le capacità oratorie.

Buttava con noncuranza frasi, le ghermiva e le affinava con un fascino che aveva sedotto fra le più belle donne dell’epoca. Prese dalla tasca una sigaretta, cominciò a fumare e si fece porgere dal suo servitore un bicchiere di spumante e dalla sua posizione, dedicò sguardi voluttuosi alla sua amante Eleonora Duse. Poi passò con un gesto fulmineo una mano fra i radi capelli castani, indugiò per un breve lasso di tempo e ordinò ai suoi compagni d’agire. Percorse il giardino del Vittoriale e raggiunse il luogo stabilito e scrutò i suoi elicotteri d’ultima generazione, salì sul più imponente di essi, indossò il copricapo da pilota e azionò il velivolo che iniziò a fremere rumorosamente e a innalzarsi in volo. Volteggiò. Turbinò. Disegnò dei cerchi concentrici nel cielo e ubbidì ai comandi dell’abile condottiero. Attraversò l’Italia e arrivò in Austria come un fulmine. Vienna era in tumulto, era desta da molto, ormai brulicava di gente in fermento. E fu lì che gli occhi del pilota s’illuminarono, aprì d’un tratto il finestrino e tuonò: “Sul vento della vittoria che si leva dai fiumi della libertà non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, se non per la prova di quel che potremmo osare”. La sua voce echeggiò e fece volare i manifesti come rondini bianche dall’alto. Gli austriaci contemplarono quell’atto attoniti, come annichiliti  da tale gesto. “Viennesi voi avete fama d’essere intelligenti, toglietevi l’uniforme prussiana: la vostra vittoria è come il pane dell’Ucraina, non arriva mai!”. E così la Serenissima virò verso la propria patria con il vate altero e fiero, sazio di quella dimostrazione che aveva vendicato la vittoria mutilata, termine da lui coniato.