ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISMO SCOLASTICO

TARGA D'ARGENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

DIODORINO NEWS

NELLA TUA EREDITÀ IL MIO DESTINO

DI: Aida Muratore

Appena un passo e mi fermai. “Muoviti”, mi disse, “muoviti”. Ancora un passo, poi un altro e poi stop. “Continua”, insistette, “Mi hai sentito. Continua!”. Si, avevo sentito ma continuavo a non capire. Perché? Per andare dove?

Come mai tutta questa insistenza? “No”, risposi.

Senza aggiungere altro. No, adesso era il tempo per fermarsi, per riflettere, per scegliere.

Non potevo più andare avanti senza una meta! Non era questo che volevo, non più.

Bisognava rimettere i pensieri in ordine, sbarazzare, far quadrare i conti. Sentivo che non ero più la stessa persona di ieri, di prima, di qualche anno fa.

Il tempo mi correva avanti e io dovevo raggiungerlo, dovevo crescere con lui e camminare.

Questo era il modo giusto per cominciare. Crescere. Mettersi in viaggio, ogni ora, ogni giorno.

Fra i dubbi, le paure, le incertezze e tutti i desideri che spuntavano da tutte le parti. Crescere e camminare passo dopo passo. Ma per andare dove? Non sapevo cosa pensare. Era la prima volta che mi toccava scegliere, che mi toccava prendere una decisione: capire da che parte stare, in che direzione andare.

Era arrivato il momento, finalmente qualcosa nella mia vita dipendeva da me.

“Muoviti! Muoviti!”, insisteva quella voce dietro di me, nascosta, alle mie spalle, senza farsi vedere, invisibile. “Muoviti!”, No! Cercavo di non sentirla. Dovevo riflettere. Avevo paura, sentivo di poter sbagliare. “È normale alla tua età” mi bisbigliavano all’orecchio, “è normale”. Non volevo avere fretta. Questa volta nessuno avrebbe potuto spingermi ad agire senza che fossi io a volerlo. Adesso toccava a me fare la differenza ed era un’occasione che non volevo sprecare.

 

Stavo sognando, ma adesso sono sveglia e sicura di quello che sto per fare. Sento ancora le sue ultime parole: vai, sii forte,

La voce è quella di mia nonna, la cara Annetta, come la chiamavano tutti per la sua dolcezza e il suo essere mite. Realizzo subito che è la risposta che attendevo nonostante   la nonna sia morta da ormai un anno, divorata dalla leucemia. Nel giro di otto settimane, i suoi bellissimi occhi blu si sono spenti, il suo corpo è diventato fiacco e inerme. Ricordo ancora il suo ultimo sguardo, le sue mani fredde che cercavano qualcosa da afferrare, i suoi capelli bianchi ben pettinati, le mie lacrime. Sapevo che non potevo fare nulla per salvarla ma non potevo arrendermi, non volevo. Un altro pezzo di cuore se n’era andato, un altro pezzo di me era morto con lei. Ora mi dovrà guardare affrontare questa vita, so però che continuerà a tenermi per mano, accompagnandomi nelle scelte difficili.

Subito dopo il funerale, i giorni cominciarono a passare lentamente. Niente era più come prima, neanche io. Nessuno dei miei amici mi aiutò a superare questo periodo, neanche i miei compagni di classe. Facevano finta di non vedere il mio comportamento. Facevano finta che fissare il vuoto, piangendo, fosse normale. Io non avevo bisogno del loro aiuto o forse sì ma non avevo il coraggio di ammetterlo. Avevo paura di me stessa, paura di non essere abbastanza forte. Avevo paura di parlare, paura di non essere capita. Ripiegarmi in me stessa sicuramente non era la scelta migliore, la più difficile, ma era quella che mi riusciva meglio.  Tuttavia il tempo aiuta a sanare le ferite e pensavo di essere riuscita a chiudere quel capitolo doloroso della mia vita. Non sapevo che se ne stava aprendo uno peggiore.

Come ogni giorno ero distesa nel mio letto e insieme a mia sorella stavamo organizzando la festa del mio compleanno: sarei diventata maggiorenne tra qualche mese. Eravamo eccitate a preparare la lista degli invitati, a guardare borse, scarpe e a definire la torta. Mia sorella, per quanto fosse felice di condividere con me, aveva qualcosa di strano. Un colorito pallido, sembrava fiacca e stanca. Anna, questo è il suo nome, come quello della nonna essendo la primogenita ha tredici anni più di me, mi ha sempre accudito quando la mamma andava a lavorare, e vederla così distante mi preoccupava.  Stava perdendo peso, pensavo fosse un po’ stanca per via degli esami universitari, lo scoprii dopo che aveva perso parecchi chili. Aveva cambiato il suo outfit: maglie larghe, capelli sempre sciolti, sorriso sulle labbra, viso incipriato e labbra colorate per nascondercelo. Ogni tanto, però, le usciva il sangue dal naso. Pensavamo fosse colpa del sole. Non ci rendemmo subito conto di quei piccoli segnali. Qualche tempo dopo presero a sanguinare anche le gengive. Mia madre la condusse da un dentista ma disse che non c’era nulla e che non dovevamo preoccuparci. Noi ci preoccupavamo molto, invece.  Le perdite di sangue continuarono per giorni, la visitò un dottore, era tutto nella norma. Anna continuava a perdere peso, non andò più all’università. Era sempre pallida, sempre stanca. Aveva cominciato a convivere con le sue brevi emorragie.

Ricordo ancora quel giorno, sembra ieri. Andammo dal dottore, il più bravo di Torino. Mia sorella faticava a camminare, la aiutai io. Arrivammo lì. Aprimmo la porta e ci sedemmo. Il medico la visitò. Ci guardò. I suoi occhi si abbassarono improvvisamente. Non disse nulla e ci consigliò di fare un prelievo di sangue. Andammo a farlo con il cuore pesante, avevamo cercato in rete la patologia responsabile di quei sintomi. E il solo nome ci faceva paura. Una debole speranza ci faceva ancora compagnia per non sprofondare nella disperazione. Gli esami e la TAC ci diedero il responso temuto: LLA. Leucemia Linfoblastica Acuta.

Non avrei mai voluto sentire quella risposta. Nessuno avrebbe voluto. Prima la nonna, ora lei. Cominciammo la chemioterapia che andò avanti per quattro mesi. Anna non poteva lottare da sola, la malattia era più grande di lei. Ogni giorno restavamo in silenzio, guardandoci in faccia, le porgevo la bacinella e le tamponavo il viso mentre vomitava. Era inutile chiederle come stava, la risposta la sapevo già. La chemioterapia non stava funzionando, Anna però non avrebbe dovuto saperlo.

Un giorno decisi di andare a trovare la nonna al cimitero. Era un po’ che non ci andavo. C’erano dei fiori freschi e il sole batteva abbastanza forte, ne sentivo il calore sulla mia pelle. Mi sono seduta di fronte alla foto e le ho cominciato a raccontare tutto quello che stava succedendo. Non saprei dire quanto sono rimasta lì: forse un’ora, forse meno, forse di più. Le ho raccontato che sua nipote, la sua prima nipote, quella con il suo stesso nome, quella che le somiglia di più è malata. Le ho chiesto di consigliarmi, di aiutarmi a scegliere e io so che lo avrebbe fatto in un qualche modo. Dovevo scegliere per mia sorella, non potevo lasciarla morire, dovevo fare qualcosa, non potevo perdere anche lei! Dicevano che l’unico modo per salvarla sarebbe stato un trapianto del midollo osseo. Un midollo compatibile. Nessuno sembrava esserlo. Un incubo. Decisi allora di fare gli esami. Giorni dopo compì diciotto anni, non festeggiai. Anna mi preparò una torta con l’aiuto della mamma e fu il regalo più grande che qualcuno mi potesse fare. Lo stesso giorno arrivarono i risultati degli esami: ero compatibile. Io potevo salvarla. I dottori cercarono di convincermi che l’intervento sarebbe stato troppo rischioso per me, io invece ponevo sempre la stessa domanda: Anna può salvarsi? Anche se nessuno garantiva il successo, io non potevo non donare una piccola parte di me per mia sorella. Proprio stanotte la nonna mi è comparsa in sogno, mi conduceva per mano…io lo so dove: in ospedale, qui dove mi trovo adesso. La mia linfa adesso scorrerà dentro Anna, io sarò in lei. Lei è già dentro di me.