ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISMO SCOLASTICO

TARGA D'ARGENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

LAPECHERONZA

E breve ebbe un grido la folla smarrita

DI: Virginia Platini

“Ma poi la piazza fermò la sua vita / e breve ebbe un grido la folla smarrita / quando la fiamma violenta ed atroce / spezzò gridando ogni suono di voce […] Quando la piazza fermò la sua vita / sudava sangue la folla ferita / quando la fiamma col suo fumo nero / lasciò la terra e si alzò verso il cielo” nel 1970 quando Francesco Guccini, con la sua canzone “Primavera di Praga” ricordava il sacrificio di un giovane, immolatosi solo l’anno prima per protestare contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Era il 16 gennaio 1969 quando Jan Palach, ventenne, studente di filosofia, per sua stessa definizione “comunista e luterano” si diede fuoco in piazza San Venceslao, a Praga. Morì dopo tre giorni di agonia in ospedale. Aveva con sé quaderni intrisi di ideali e riflessioni, li lasciò cadere lontano da dove avrebbe appiccato il suo rogo: tra essi una lettera di spiegazioni in cui fa riferimento ad un gruppo di persone pronte a compiere lo stesso gesto, la cui esistenza non è mai stata dimostrata, se non fosse stata abolita la censura. Furono in sette ad imitarlo, nei mesi successivi, e in 600.000 al suo funerale; la luce che aveva disperatamente cercato di accendere infiammò le coscienze di molti, e per molti arde ancora. La Cecoslovacchia che fu testimone del suo sacrificio aveva vissuto la sua Primavera nel 1968, pochi mesi saturi di cambiamenti anti autoritari sotto la stella del “socialismo dal volto umano” e la guida di Alexander Dubcek che avrebbero dovuto portare a maggiori libertà individuali, politiche, e di espressione, alla trasformazione della nazione in federazione di due stati, ad un’evoluzione dell’industria verso l’innovazione tecnologica, ma non all’allontanamento dalla sfera di influenza sovietica, alla quale la Cecoslovacchia apparteneva dal 1948. Fu comunque troppo per Breznev, nella notte tra il 20 e il 21 agosto ‘68 duemila carri armati e 200.000 soldati entrarono nel paese, i morti furono settantadue, più di settecento i feriti. Dubcek fu arrestato insieme a diversi altri riformisti, non prima aver invitato i suoi sostenitori (secondo un sondaggio il 78% della popolazione) a non tentare di resistere militarmente perché avrebbe significato diventare vittime di un bagno di sangue insensato, e portato a Mosca, dove dovette firmare un protocollo che prese il nome della città e che lo vincolava a proteggere il socialismo in Cecoslovacchia, mantenere le promesse della Dichiarazione di Bratislava (fedeltà assoluta al marxismo-leninismo, lotta contro a ogni forza borghese e ogni forma di governo pluripartitica) e reinstaurare la censura per i giornali critici del regime. Ritornò alcuni giorni dopo e mantenne il ruolo di segretario del partito ancora per qualche mese, ma ormai a Praga era tornato l’inverno. Non mancarono forme di resistenza pacifica alla “normalizzazione” che cancellò ogni miglioramento e fece tornare il paese sotto il ferreo controllo sovietico; in molte zone furono rimossi o resi indecifrabili tutti i cartelli stradali (eccezion fatta per quelli indicanti Mosca), svariati villaggi cambiarono nome in onore dei leader Dubcek e Svoboda, rendendo le cartine in dotazione agli invasori inutilizzabili, ebbero luogo manifestazioni, che furono represse con la violenza e costarono ai partecipanti processi segreti e condanne in prigioni psichiatriche o all’esilio in Siberia, alle olimpiadi del ‘68 di Città del Messico Vera Caslavska, ginnasta vincitrice dell’oro nel corpo libero (che aveva in precedenza firmato il manifesto “Duemila Parole”, scritto da Ludvik Vaculik in supporto alla Primavera di Praga) chinò il capo e distolse lo sguardo dalla bandiera dell’Unione Sovietica durante la premiazione. Il sogno del socialismo dal volto umano, della libertà individuale lontana dal capitalismo si spense in Cecoslovacchia quando i carri armati sovietici come venti freddi riportarono l’inverno dove era sbocciata la primavera, ma la fiamma di Jan Palach brucia ancora e brucerà sempre, a illuminare la via degli oppressi.