ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISMO SCOLASTICO

TARGA D'ARGENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

LAPECHERONZA

Non me sta bene che no

DI: Virginia Platini

“Non me sta bene che no. A me ‘sto fatto che bisogna andare sempre contro la minoranza non mi sta bene” così Simone, 15 anni, iscritto al liceo linguistico, ha risposto alle urla e ai saluti romani dei militanti di Casapound che nel suo quartiere di Roma, quello a cui rivendica di appartenere poche frasi dopo, “io sono di Torre Maura e ragiono con la testa mia”, si erano radunati per contestare l’assegnazione di una settantina di persone di etnia rom ad un centro di accoglienza locale, arrivando fino ad un gesto indegno di cui si è molto parlato: calpestare il pane destinato ai nomadi. Per Simone “nessuno deve essere lasciato indietro, nè italiani, nè rom, nè qualsiasi tipo di persona”. Le sue sono parole semplici, pronunciate con una marcata cadenza dialettale, parole che un tempo sarebbero state ritenute banali, ma che ormai nel nostro paese non si sentono più. Abbondano, invece, le parole di odio e discriminazione, dal ”devono morire di fame” pronunciato dall’estrema destra di cui sopra, al sempiterno “clandestino”, da sempre prediletto dalla Lega, a “ebreo” urlato come insulto contro il giornalista Gad Lerner dai ForzaNuovisti radunati a Prato per celebrare il centenario della nascita dei Fasci di combattimento, precursori del fascismo vero e proprio, a “Qua siamo italiani, razzisti e fascisti, se lo vuoi sapere. Viva l’Italia” come giustificazione portata dalla proprietaria di un appartamento di Pisa per l’aver rifiutato di affittarlo ad una ragazza (italiana, ma non ha importanza) di colore. Gesti come il saluto romano, d’altronde, dopo ad una sentenza della Cassazione dello scorso febbraio non sono da considerarsi reato se svolti durante cerimonie commemorative e non violente. Intanto, mentre nel nostro paese inizia la campagna elettorale per il rinnovamento dell’Europarlamento, la nave dell’ong tedesca Sea Eye Alan Kurdi (che prende il nome da quello di un bambino siriano di tre anni annegato nel Mediterraneo nel 2015), con a bordo 64 naufraghi tra cui 12 donne (una delle quali incinta) e due bambini, soccorsi al largo della Libia, è da giorni in attesa di un porto sicuro al di fuori delle acqua territoriali maltesi, nonostante la salute dei suoi passeggeri sia precaria e le provviste siano ormai scarse. Nel paese da cui sono partiti, e dove secondo il governo italiano avrebbero dovuto essere riportati, il rischio di una nuova guerra civile (sarebbe la terza in circa un decennio) è alle porte, dopo che l’Esercito Nazionale Libico del generale Haftar ha iniziato un’offensiva volta a spodestare il presidente al-Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale ma privo di legittimazione popolare, e prendere il controllo della nazione, dove ancora imperversano milizie armate e tra loro rivali e trafficanti di esseri umani. Forse proprio per via degli scontri, che in pochi giorni hanno già provocato decine di morti, forse perché la zona Sar libica (ovvero il tratto di mare in cui le operazioni di ricerca e salvataggio sono di responsabilità della guardia costiera libica) è stata dal momento della sua istituzione caratterizzata da naufragi ignorati e violenze contro migranti e ong, circa venti persone, tra le quali donne e bambini, a bordo di una piccola imbarcazione di legno sono state lasciate più di 15 ore alla deriva nel Mediterraneo prima di essere non soccorse ma, tecnicamente, “recuperate” e riportate indietro, in quelli che sappiamo essere campi di concentramento. A qualcuno, ancora, però, tutto questo non sta bene. Qualcuno, ancora, trova le parole per esprimere il proprio dissenso. Grazie, Simone.