ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISMO SCOLASTICO

TARGA D'ARGENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

LAPECHERONZA

Quella sera a Milano era caldo

DI: Virginia Platini

Sono le 16:37 del 12 dicembre 1969 quando nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, d’improvviso, ogni abituale movimento è violentemente interrotto. A prendere con violenza il posto dei gesti che si consumano ogni giorno nell’edificio a due passi da piazza Duomo è, in un istante, l’esplosione. La bomba squassa, divora, lacera. Non solo le vite delle 17 vittime della sua potenza, ma la storia del paese. Dalla voragine sul pavimento della banca nascono gli anni della violenza terrorista; la madre di tutte le stragi separa l’Italia delle lotte, del ‘68, delle rivendicazioni sindacali dall’Italia della tensione, lo fa perché quello era il motivo per cui era stata ideata, per cui era stato deciso che le bombe dimostrative, senza morti, come quelle della primavera e dell’estate del ‘69, non bastavano più. Sostituite, quindi, dai 5 ordigni del 12 dicembre, di cui solo quattro esplodono, di cui solo uno uccide, per terrorizzare la nazione. Per prepararla alla svolta autoritaria. Gli attentati del 12 dicembre, infatti, hanno una chiara matrice politica: sono da ricondursi alla cellula neofascista padovana Ordine Nuovo, sono da imputarsi a Franco Freda e Giovanni Ventura. Eppure questa verità emerge solo nel 2005, quando i due non sono più processabili poiché assolti in precedenza per lo stesso reato, in seguito a decenni di depistaggi, false piste, e prove nascoste, ma soprattutto in seguito alla morte di un innocente su cui era stata riversata ogni accusa. Sono passati tre giorni dalla strage quando Giuseppe Pinelli precipita da una finestra del quarto piano della questura di Milano. Il suo arresto è illegittimo, non è stato convalidato, gli interrogatori a cui è sottoposto sono costanti e fondati su menzogne e minacce, la sua colpa è l’essere anarchico, nella stanza, 3.50 m per 4.40 e ingombra di mobili, erano presenti cinque esponenti delle forze dell’ordine. Per la questura si è buttato con balzo felino urlando “è la fine dell’anarchia”, no, ha avuto un malore ed è cascato, c’è chi ha provato a tenerlo e gli è rimasta in mano una scarpa (e poco importa se il corpo le ha entrambe ai piedi quando tocca il suolo), la finestra già era aperta da ore (in tarda serata, a dicembre, a Milano), no, l’ha spalancata lui, o forse era socchiusa, nel marasma di informazioni contraddittorie che si susseguiranno resta quella difensiva del questore Guida:”Non vorrete mica pensare che lo abbiamo ucciso noi”. Chissà perché, sono invece molti a pensarlo, a partire dalla moglie Licia, che con grande determinazione ha continuato a lottare per ottenere giustizia. Sono in molti, anche, a essere convinti della mancanza di fondamento della pista anarchica, e dell’innocenza del ballerino Pietro Valpreda, su cui si concentrano le indagini, tra riconoscimenti di dubbia limpidità e linciaggio mediatico, e che sarà incarcerato per più di tre anni prima di essere assolto. Quelli successivi a Piazza Fontana sono giorni cupi, tesi, ma il colpo di stato alla fine non arriva. Forse perché per i servizi segreti, il cui coinvolgimento è certo, decidono che sia meglio mantenere la tensione, forse perché qualcuno si tira indietro, o forse, credono alcuni studiosi, a salvare il paese dal golpe è la folla. Sono le 70.000 persone che riempiono piazza Duomo la mattina del 15 dicembre, sotto ad un cielo plumbeo, gli studenti e gli operai che arrivano in corteo dalla periferia per partecipare ai funerali delle vittime, che si mostrano popolo unito nel dolore, che impediscono le provocazioni dei fascisti, a far sì che si cambi idea sul dichiarare lo stato d’assedio e sospendere il diritto a manifestare. Eppure, a cinquant’anni da quella strage che fu, innegabilmente, di stato, a ricordarne le vittime (compreso Pino Pinelli), a condannarne i carnefici, sono in pochi, scordando il ruolo che la memoria comune dovrebbe avere nel presente.