ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISMO SCOLASTICO

TARGA D'ARGENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

IL MONDO IN UNA SCUOLA

SALVATORE QUASIMODO – Alle fronde dei salici

DI: Angela Attanasio

Di Giorgio Di Martino  classe 3 B – 

Salvatore Quasimodo nacque a Modica in Sicilia nel 1901. Egli trascorse la sua infanzia in varie località siciliane a causa del lavoro del padre, il quale era un ferroviere. Una volta diplomato (diploma tecnico) si iscrisse alla facoltà di Ingegneria nella capitale della nostra penisola. Quasimodo non riuscì a finire gli studi a causa dei problemi economici che colpì la sua famiglia.

Il 1930 fu un anno di svolta per Quasimodo, perché egli si trasferì a Firenze dalla sorella, moglie dello scrittore Elio Vittorini. Grazie al cognato conobbe e frequentò gli ambienti intellettuali del capoluogo della Toscana. In questi anni di “nuovi approcci” egli pubblicò le prime raccolte poetiche tra cui Acque e terre e Oboe sommerso.

Nel 1941 egli si trasferì al nord, più precisamente a Milano, dove qui gli venne data la cattedra presso il Conservatorio.

Durante la seconda guerra mondiale Quasimodo, intensificò la sua attività di traduttore e scrisse varie poesie, che confluirono nelle raccolte Giorno dopo giorno e La vita non è sogno.

Dopo le varie raccolte si dedicò quasi completamente alla politica, maturando un ideale di poesia civilmente impegnata. Egli sfortunatamente si spense subito all’età di soli 67 anni nel 1968 a Napoli. La sua carriera ha riscosso molta fama e molti obbiettivi importanti nella sua vita come il premio Nobel per la Letteratura, che gli venne consegnato otto anni prima della sua morte, nel 1959.

Analisi del testo Alle fronde dei salici

La poesia “Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo è una delle più famose e sofferte liriche del poeta siciliano. La poesia fa parte della raccolta “Giorno dopo giorno” e rientra nella seconda fase nella quale, Quasimodo, a differenza della prima fase ermetica, compone poesie dove sono vivi i valori storici, civili, politici legati al secondo dopoguerra.

La poesia si apre con una lunga domanda che troviamo dal v.1 al v.7 e che ci fa notare come il poeta esprima la condizione angosciata dei poeti, i quali non possono scrivere le poesie, perché c’erano i nazisti che avevano occupato Milano e il poeta vede soltanto i morti abbandonati nelle piazze, sente il lamento dei fanciulli paragonati agli agnelli indifesi e innocenti come i bambini, poi sente l’urlo nero della madre che aveva visto il figlio crocifisso sul palo del telegrafo. Qui notiamo la drammaticità espressionistica della sinestesia “urlo nero” che ci fa pensare al quadro di Edvard Munch L’urlo.

Quasimodo quando pone questa domanda fa riferimento al Salmo 136 della Bibbia:”come canteremo il cantico del signore su terra straniera?”, che esprime il lamento degli ebrei quando sono andati in esilio in Babilonia.

Ma il dolore del poeta è forte e con gli ultimi 3 versi il poeta è rassegnato ed esprime che i poeti non possono esprimere altro che il silenzio, perché le cetre, che sono le penne sono state lasciate in balia del vento sulle fronde dei salici, gli alberi che rappresentano il pianto e il dolore.

Dal punto di vista stilistico la poesia è formata da endecasillabi sciolti. Ci sono metafore: e come potevamo cantare (v.1); al triste vento (v.10). C’è una metonimia: con il piede straniero sopra il cuore (v.2) e una sinestesia: urlo nero della madre che è anche enjambements.